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A 45 anni sei vecchio per l’azienda? Gli esperti dicono sì: i profili junior valgono il 15% in più

A 45 anni sei già «vecchio» per un'azienda. Le valutazioni, e gli scatti non automatici di carriera, sembrano andare in questa direzione
A 45 anni sei già «vecchio» per un’azienda. Le valutazioni, e gli scatti non automatici di carriera, sembrano andare in questa direzione

A 45 anni sei già «vecchio» per un’azienda. Le valutazioni, e gli scatti di carriera, sembrano andare in questa direzione. E lo studio «Engagement e carriera: il peso dell’età», condotto dall’Osservatorio Diversity Management Lab della Bocconi, evidenzia un vero e proprio sbalzo generazionale tra under e over 45. Il quadro che emerge, su un campione di quasi 60mila dipendenti, traccia una linea anagrafica nel passaggio agli “anta”: i trentenni ricevono valutazioni migliori e hanno più chance di crescita professionale rispetto ai colleghi nati 10 o 15 anni prima.

Un trentenne “vale” il 15% in più. Un filone dell’indagine, esaminando i casi di 58mila dipendenti di tre aziende di grosse dimensioni, evidenzia lo scarto nelle valutazioni dei dipendenti. Gli impiegati sui 30 anni di età ricevono, di media, una “pagella” superiore al 14% di quella dei colleghi ultracinquantenni. Restringendo la forbice, gli under 30 scalzano gli over 50 con valutazioni superiori del 10%: 4,64 contro 4,17.

La carriera è under 30. Il meccanismo si ripete nella crescita professionale. L’età media dei lavoratori che hanno avuto uno scatto di carriera non automatico negli ultimi cinque anni è di 36,14 anni. Chi è rimasto alla scrivania di partenza, ha quasi un decennio in più: 44,51. Il gap si conferma nelle posizioni dirigenziali, dove l’età media di chi ottiene promozioni è pari a poco più di 39 anni.

Meno produttivi. O meno soddisfatti? Anni in più, soddisfazioni meno. La rilevazione effettuata su un secondo campione di 1.000 dipendenti sottolinea il deteriorarsi del «clima aziendale» percepito dagli over 45. In sostanza, i dipendenti di lungo corso si sentono meno valorizzati dei colleghi freschi di assunzione. E l’impressione è corretta, stando alle medie di valutazione stilate sopra.

Ma la produttività ne risente? Non è detto. Chiara Paolino, tra le coordinatrici della ricerca, evidenzia che «gli indicatori predittivi» della performance (come la sensibilità per il cambiamento, l’identificazione e la partecipazione) non subiscono variazioni cruciali negli anni. Anche chiamando in causa lo sviluppo cognitivo, il declino non è dimostrabile prima dei 60 anni.

Il rischio, secondo la ricerca, è di una “polarizzazione di privilegi“: da un lato, giovani e giovanissimi iperqualificati e talentuosi. Dall’altro, le élite consolidate di “knowledge owners” indispensabili per il timone aziendale. Un target a due sbocchi che esclude il grosso del lavoratori. In una fascia media di over 45 che crescerà di “almeno” il 150% nei prossimi 50 anni.

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