Lavoro

7 aziende su 10 vietano l’uso dei social network durante l’orario di lavoro: censurati Facebook, Youtube e Twitter

7 aziende su 10 vietano l'uso dei social network durante l'orario di lavoro
I dati Easynet-Ipanema: Internet, il 60% delle imprese ferma Youtube, il 49% Twitter mentre il 67% impedisce l’accesso a Facebook

Il dipendente usa il pc aziendale e raccoglie, in una cartella esplicitamente etichettata come sua «personale», una serie di file con dati aziendali sensibili. Il datore di lavoro, durante un back up, scopre l’attività, la ritiene «in palese concorrenza con l’azienda» e licenzia il dipendente. Il quale ricorre al Garante per la privacy che gli dà ragione: l’azienda, controllando la cartella personale, non ha rispettato la sua «libertà e dignità». Il provvedimento è recente e si somma ad altri che, difendendo in modo energico la privacy dei lavoratori, suscitano la protesta di aziende che si ritengono danneggiate. «Effettivamente – commenta Fabrizio Daverio, giuslavorista dello studio Daverio&Florio – la prassi del Garante è sempre più severa a favore dei lavoratori, escludendo controlli diretti e indiretti con strumenti informatici. E ciò perché una legislazione contraddittoria incita da una parte a controllare e segnalare devianze in ambito lavorativo e, dall’altra, pone forti limiti e divieti ai controlli».

Oggi il problema del controllo è molto sentito, soprattutto a causa della pervasività dei social network. Possono i dipendenti frequentarli durante l’orario di lavoro? Può l’azienda raccogliere senza autorizzazione informazioni sui profili social dei collaboratori? Un’indagine condotta nel 2012 da Easynet Global Services e Ipanema Technologies su un campione europeo di 550 responsabili It dà un’idea degli orientamenti: il 67% blocca l’accesso a Facebook, il 60% a YouTube, il 49% a Twitter e il 56% a ogni contenuto video online.

Nello stesso anno l’agenzia per il lavoro Kelly Services, con la ricerca «Global workforce index», ha tra l’altro scandagliato le posizioni dei dirigenti su social network e privacy in azienda. Alla domanda, «si possono visionare le pagine di un candidato sui social network prima di decidere l’assunzione?», il 55% degli intervistati italiani risponde di no. Viceversa, sulla possibilità che i dipendenti usino i social network, l’amministratore delegato di Kelly Italia, Stefano Giorgetti, non ha dubbi: «Per il lavoro di selezione del personale noi diamo ai nostri consulenti possibilità di accesso a tutti i social network, al punto che il 90% delle candidature su cui lavoriamo sono recuperate proprio attraverso quei canali: i nostri collaboratori si creano un profilo e una personale banca dati di potenziali candidati». Per un’impresa che ha come core business la ricerca di persone la tolleranza o, come per Kelly, la totale apertura senza controllo è abbastanza scontata.

Ma nelle altre come la pensano i responsabili risorse umane? «C’è incertezza sui limiti della privacy dei dipendenti – sostiene Paolo Iacci, vicepresidente dell’associazione per la direzione del personale Aidp – perché sull’argomento c’è una mancanza strutturale di normativa. Però è giusto rispettare la privacy, anche se a volte si hanno conseguenze paradossali. Per esempio quando assumi qualcuno devi chiedere una liberatoria sui suoi dati sensibili, altrimenti non potresti neppure preparargli la busta paga».

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