Lavoro

150 mila posti liberi, il lavoro che c’è e non si vede

Dall'ultimo rapporto dell'Istat sulla situazione del lavoro nel nostro Paese, emerge che ci sono 150 mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare
Dall’ultimo rapporto dell’Istat sulla situazione del lavoro nel nostro Paese, emerge che ci sono 150 mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare

Potrà suonare strano in un’epoca che ci ha assuefatti ai ritornelli del “lavoro che manca” e “della disoccupazione che dilaga”, eppure ci sono mestieri oggi in Italia in cui l’offerta supera decisamente la domanda.
A dirlo è l’Istat nel suo ultimo rapporto sulla situazione del lavoro nel nostro Paese, da cui emerge che ci sono 150 mila posti per impieghi che nessuno cerca o vuole fare. Quasi la metà delle posizioni aperte sul totale delle richieste riguarda gli installatori di infissi (46%), seguono i falegnami (17%), i panettieri (15%) e poi macellai, sarti, baristi, camerieri, pasticceri, infermieri, informatici e operai specializzati.

Si tratta spesso di lavori manuali piuttosto faticosi e che richiedono turni anche in notturna, oppure di impieghi con percorsi di formazione lunghi e difficili. Nell’uno come nell’altro caso, non sembrano attrarre. Eppure sono mestieri con cui il nostro Paese dovrebbe avere un’antica confidenza. L’indagine dell’istituto di statistica, in generale, ha scavato a fondo negli orientamenti del cospicuo popolo dei cosiddetti “inattivi” (3 milioni circa nel 2012 e leggermente in aumento rispetto all’anno precedente), cioè di coloro che si dicono disposti a lavorare e poi di fatto non cercano un’occupazione, sia perché scoraggiati e convinti di non trovarne una, sia perché non accettano di fare determinati mestieri. Così, è venuto fuori che non proprio tutte le vie del lavoro in Italia sono ostruite.
In termini pratici, queste cifre dimostrano, da un lato, il progressivo impoverimento del nostro “made in Italy” e quindi di quelle figure professionali che danno vita a specialità che hanno reso celebre il nostro Paese nel mondo (nella moda, in cucina, ecc.). Dall’altro, la necessità di importare da altri Paesi lavoratori specializzati in queste mansioni o semplicemente disposti a farle. E se in agricoltura si registra una confortante inversione di tendenza e quindi il ritorno nei campi dopo 30 anni, per queste professioni il cambio di rotta non c’è stato.

Tre anni fa fu la Confartigianato a fare un’indagine di questo tipo ed il responso fu molto simile a questo, segnale che il problema non è passeggero e che ancora non ci si è accorti di questi mestieri “dimenticati”. Difficile capire se l’Italia si sia effettivamente dimenticata di questi impieghi, eliminandoli dal ventaglio di opzioni possibili, oppure se semplicemente preferisca non farli. Più che un altro contributo al complesso dibattito sui “fannulloni”,questo rapporto dell’Istat pone interrogativi su formazione, percorsi scolastici, persino informazione intorno al tema del lavoro in Italia. Una chiave di lettura, infatti, potrebbe essere offerta anche dal fatto che in molti ancora scelgano con troppa superficialità il proprio percorso formativo e professionale, tralasciando fatalmente di capire cosa il mercato vuole e quali direzioni ha preso.

Un Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *